I figli al centro

di Francesco Toesca

Un minilibro in formato pdf da scaricare gratuitamente, una piccola guida per padri separati che li aiuterà a riflettere ed a contrastare i luoghi comuni nati per escluderli dalla cura dei figli.

Il minilibro è edito dal Centro Studi ANFI – Associazione Nazionale Familiaristi Italiani e si è avvalso della collaborazione di Davide Stasi e di una illustrazione di Alessia Lisenko.

Buona lettura.

https://illucidamente.files.wordpress.com/2019/04/i-figli-al-centro-f.-toesca.pdf

Annunci

Revenge porn, la falsa retorica donnista produrrà una nuova legge porcata?

Di Francesco Toesca

https://stalkersaraitu.com/revenge-porn-la-falsa-retorica-donnista-produrra-una-nuova-legge-porcata/

Altrove

di Francesco Toesca

C’è un mondo intermedio
Tra i mondi che frequenti
Tra i luoghi che un giorno dopo l’altro
richiedono la tua presenza
La esigono, la accettano, la aspettano
Si chiama Ovunque.
È quel momento sfilacciato
Fatto di brandelli
Un insieme di tempi, diversi per lunghezza
Sono viaggi tra il qui ed il là, per essere lì e poi qui.
Pezzi che un giorno scopri non essere isolati
Ma che appartengono alla trama di un tappeto
Ovunque sta sotto le tue giornate di viaggiatore
Ovunque è il nome del tuo viaggiare
Scendi dai luoghi e ti ritrovi nell’ovunque, sullo scendiletto dello stare
Ovunque sei tu quando viaggi affannato o calmo
Per portare te stesso dove si deve.
Ovunque è il nome che si è dato, per unire in un nuovo mondo quei pezzi che sembrano slegati tra loro
Che compongono la tua fatica di portare il tuo corpo dove deve essere.
Nell’ovunque sei sempre te stesso
Un luogo cerniera, senza luogo, dove solo tu sei la costante.
E ti ritrovi, nel tuo appuntamento voluto a volte ed a volte no.
E cambiano i luoghi del viaggiare
Ma non cambi tu.

Ad Angela Finocchiaro

Cara Angela,
Mi chiamo Francesco Toesca e voglio ricordarti in due parole cos’è l’abuso di potere, o l’abuso di posizione dominante.
Quando un datore di lavoro sfrutta un operaio sottopagandolo, mentre l’operaio non può ribellarsi o a sua volta sfruttare il padrone, c’è abuso di potere. Quando quattro poliziotti picchiano a sangue un sospettato, mentre il sospettato non può fare altrettanto con loro, c’è abuso di posizione dominante. Quando un presentatore in tv può insultare qualcuno, e quel qualcuno non può difendersi o fare altrettanto, c’è abuso di potere, e cosi via.
Ora, il fatto che tu possa permetterti di dire ciò che hai detto e ricevere applausi, mentre io, uomo, mai potrei fare lo stesso verso le donne (ammesso che voglia mai farlo), è abuso di potere. E non tanto perché sei in TV ma proprio perché sei donna. Ovunque, in qualsiasi sede, tu puoi insultarmi, puoi essere sessista, io no. Puoi in effetti anche picchiarmi, io no. Io passo i guai, tu prendi applausi, presenti fattura, fai carriera, diventi famosa. Io se va bene finisco a fare lo spazzino.
Il tuo programma può insultare gli uomini, il programma della Perego non può dire che le donne straniere sono migliori di quelle italiane. Per aver “criticato” le donne italiane, quel programma viene chiuso. Il tuo, che insulta gli uomini, va avanti. Se io scrivo la tua stessa parola su un social, vengo bannato. Se tu la dici in tv, contro tutti gli uomini, ti applaudono e ti pagano. Chi detiene quindi il potere, io o tu?
Saggio è colui che amministra il potere con equilibrio, malvagio è colui che ne abusa. Ecco, questo è il tuo, il vostro abuso di potere; tu puoi insultarmi, e lo fai.
Vedi, ti riconosco questo potere, che ti cedo volentieri poiché mi fa schifo. Tientelo, se ti piace; ma non venire a farci la morale. Quantomeno, con la tua uscita, hai chiarito meglio come stanno le cose. Ed io, il potere di insultare, ferire, aggredire, generalizzare, indottrinare, non lo voglio. Per me era già chiarissimo chi lo potesse esercitare impunemente; ma molti altri non lo capivano ancora, e ti ringrazio per avermi aiutato ad aprirgli gli occhi. Ora qualcuno in più, alla favoletta degli uomini aggressivi e delle donne fatine e buone, non ci crede più. Meno male. Grazie per la collaborazione, Angela.
Ora, tre domande:
1) Il tuo abuso di potere, la tua oggettiva posizione di genere dominante (in quanto può permettersi di tutto senza pagare conseguenze) sul mio (che non può fare altrettanto), non ti dice niente sugli equilibri di potere uomo-donna oggi? Non ti fa riscrivere nemmeno una frase nel capitolo “le donne sono oppresse dagli uomini”?
2) La tua aggressività insultante non ti fa riflettere sul fatto che la violenza non è solo degli uomini, ma semmai appartiene all’umanità tutta? Le tue guerre, personali o di genere, non fanno di te, di voi, delle guerrafondaie? Sei proprio sicura che solo gli uomini vengano da Marte? Non sarà mica che le guerre nelle quali ci avete sempre spediti a morire appartengono anche a voi donne?
3) Se la tv – come i giornali, il cinema, la letteratura e l’arte – è espressione di una cultura, sei proprio sicura che la nostra cultura sia maschilista? Mi sai citare un programma in tvche possa impunemente dire “le donne sono tutte delle merde, soprattutto tua madre”? Tu lo hai fatto. Chi rappresenta la cultura, dunque, tu donna che fai tv e che puoi insultarmi, o io uomo che verrei processato? Qual è il messaggio che la società incoraggia, il tuo o il mio? Chi fa la nostra cultura, io o tu?
Insomma, per abusare del potere, lo devi avere; e se ne abusi, significa che lo hai. Ecco, ciò che mi schifa ancora di più dei tuoi insulti, è il tuo abuso esercitato con l’alibi di essere l’oppressa. Un doppio insulto, inaccettabile.

La Sfera

A Davide, l’amico che sa vedere i veleni e che somministra gli antidoti.

A volte, pare proprio di intendere la vita nella stessa forma della Terra, il pianeta che la ospita. Come se il percorso che seguiamo fosse identico alle forze ed ai materiali che lo supportano, e non ci fosse modo di campare che non rispecchi le dinamiche del pianeta, silenziose, ostinate, incuranti del nostro agitarsi.
In fondo, sulla crosta terrestre facciamo il solletico alla Terra, così come la maggior parte degli eventi della nostra vita lo fanno a noi. Chi si agita è la superficie, la nostra anima, il pelo del mare, le chiome degli alberi; ma ciò che ci regge non ci bada.
Verrebbe allora da tagliare di netto a metà questo pianeta, con una decisa sciabolata, e mentre metà sfera precipita giù nel sù, allontanarsi, per vederla netta davanti a noi come una mezza sfera esatta.

Avrà di certo vari colori, questa sezione. I più definiti saranno le certezze; la lava, le rocce, gli strati del pianeta, come i punti fondamentali del nostro esistere: il giorno in cui siamo nati, la nostra famiglia, la nostra faccia allo specchio, i luoghi in cui viviamo, il nostro modo di essere. Ci saranno poi sulla crosta i colori più chiari, più vivi, così come la nostra vita quotidiana, uno per ogni stato d’animo, uno per ogni fase, per ogni giorno con il suo carico. Strato esterno del pianeta, strato esterno del nostro vivere, fare affannato contro pulsare regolare.

Ed ecco il cuore. Il cuore del pianeta, fuoco bianco. Tutti i colori mischiati insieme danno bianco, ossia tutto il tutto; il tutto, mischiato per bene, dà il bianco, il niente. Bianco non è colore, bianco è tutti i colori che si annullano tra loro. Bianca è la luce del sole, bianco è di certo il cuore del mondo, e bianco è il nostro cuore, che assorbe tutta la nostra esistenza, che ha visto tutto ed è rimasto sveglio anche mentre il cervello dormiva, che filtra tutto ciò che ci succede, che viene trafitto e risponde con un nuovo battito. Non c’è forza di vita se non c’è il tutto, ed il tutto annienta i colori.
Strano come si identifichi il cuore col colore rosso, dal sangue che lo riempie; rosso è ciò che scorre dentro alla vita, un colore per un movimento, ma il cuore è di certo bianco. E bianco è quel tutto che non ci ascolta, troppo pieno per dar retta ai singoli colori, quel cuore di fuoco del pianeta che non ascolta la crosta. Non riusciamo mai a spiegare niente al nostro cuore bianco; tentiamo di imparare, di cambiare, di fare tesoro; ma il bianco non ci ascolta; non può. Noi siamo in fondo come la crosta terrestre, ci agitiamo, ridiamo e piangiamo, ma poco di quello che succede cambia davvero il nostro motore. Ed ecco che sbattiamo sempre la faccia sul nostro bianco, sul nostro sentire che è tutto e troppo pieno, e fila dritto per conto suo. Quel bianco non ci dà retta, non si ferma nemmeno se lo vogliamo, e quando si fermerà non ce ne darà conto.

Attorno al bianco, materia raffreddata; dal calore al freddo delle rocce. Così è quel momento del risveglio, il passaggio dalla vita dei sogni che ci comanda, che agisce per noi senza chiedere permesso, alla presa delle redini della vita da svegli. La fascia della sfera che attornia il cuore del pianeta è una illusione di solidità, poiché si fonda su un equilibrio provvisorio tra dentro e fuori, tra caldo e freddo, tra vita e roccia. Ed ecco che la nostra esistenza quotidiana si ritrova nelle stesse condizioni; una illusione di solidità data da un equilibrio precario tra tutto e niente, tra gioia e dolore, tra soddisfazione e perdita, tra pienezza e vuoto. Un cuscino con un lato secco ed uno umido.
Poi via via vari strati di grigio, parti fredde e dure che un tempo erano fuse; le nostre illusioni deluse, i nostri aspetti ai quali abbiamo rinunciato, i tentativi che non faremo più, le parole dette troppe volte e che non sgorgano ancora, le attese inutili, i fiori mai dati e seccati in mano, le speranze mal riposte, la felicità sfiorata, l’impossibile nel quale speravamo tanto, il no, l’addio.

Ci sarà poi di certo una fascia morbida, preludio dell’humus; ci sarà per forza uno strato fertile che poggia sul precedente, sulle illusioni deluse e solidificate, un nuovo cuscinetto molle sul quale stendere le speranze. Non c’è vita senza speranza – l’ultima a morire, per questo destinata a morire sola; nessuno la vedrà mai morire, e così fingerà di non essere mai morta -. Quello strato molle e buio è nascosto, non è ancora la superficie del pianeta; lo vedi solo se scavi un bel po’, più di quanto fai quando giochi, più di quanto scavi per fondare la tua casa, poco meno di quando cerchi acqua. E’ li, al buio. Ed è, come la speranza, la contraddizione dello strato precedente. E’ lo sperare di nuovo, è la telefonata che rende l’ultima la penultima, è lo sforzo che facciamo ancora ed ancora ed ancora per spiegarci, per dire maddai non è vero, o maddai è vero, per dire vero vero vero, tre volte più potenti di un superlativo, è l’ostinazione con la quale parliamo proprio a chi parla un’altra lingua, o con la quale andiamo a discutere proprio con chi non ha voglia di ascoltarci, con un tribunale che ha già deciso, o con chi ci ha già detto non ti amo. Tutto questo è animato da forze che non possono salire in superficie, perché il nostro controllo ci costringerebbe a rinunciare. E come il pianeta non dà sempre retta al sole, il quale vorrebbe risolvere tutto nell’arco della sua comparsa giornaliera, germoglio, fioritura e frutto, e non si può, così la nostra speranza deve strisciare sotto il naso dell’esperienza e non ascoltarla. Altrimenti si chiamerebbe in altro modo, qualsiasi altro modo tranne speranza.

Ci sarà, sotto questo ultimo strato e sotto il precedente, l’acqua. Non ha uno spazio, poiché la roccia soprastante non si reggerebbe su di essa, e difatti nella nostra semisfera tranciata non vediamo un cerchio di vuoto. Deve trovare il suo spazio nel non spazio. Sono i nostri bisogni primari, che si infiltrano tra le crepe della roccia ed emergono. La fame, la sete, il bisogno di amore, il riposo, il respiro. Come l’acqua si infilano nelle fessure del nostro vivere quotidiano, non lo rappresentano ma filtrano ovunque, ed è impossibile ignorarli. Dipendono da noi, dal nostro fermarci ed accontentarli. Quel metronomo silenzioso che segna un tempo incontrollabile, che a malapena riusciamo a rimandare al tic successivo, dal pranzo alla cena o al prossimo sorso, finge di essere rimandabile ma comanda le nostre ore. Ci sega sulla necessità, ci uccide se non lo accontentiamo; che sia bere, mangiare o amare, non possiamo farne a meno. Così come la porta di una cantina posta a livello più basso del marciapiede pieno d’acqua cerca invano di arginarla, così noi tentiamo di adeguarli alle nostre scelte, di dargli orari e ritmi, di sospenderli, farli aspettare, di ignorare le voglie o sottometterle alla convenienza, di arginarli. Ma alla fine ci dobbiamo arrendere e sederci, sdraiarci.

La maggior parte dei bisogni primari non si può soddisfare in piedi. L’acqua scorre distesa, noi nuotiamo distesi, e non possiamo camminare nella corrente del mare né resistere in verticale alla sua forza; allo stesso modo, fermarsi è stendersi, abbandonarsi, un minuto o per sempre. Quindi, il nostro stare in piedi è il nostro simbolo di azione controllata, il nostro no all’impellenza della fame, il nostro camminare davanti al ristorante invece di fermarci a mangiare, un rimandare l’arrendersi, un far finta che non ci sia bisogno di fermarsi mai. Fare l’amore vien bene distesi; in piedi è controllo, distesi è abbandono, e distesi ci si perde nel dopo. Forse per questo tendiamo a lasciarlo per la notte, dopo aver fatto tutto il resto.

Il silenzio che regna quaggiù, appena sotto il pavimento del piano di sopra, è la nostra solitudine. Niente è più silenzioso. Quella linea che porta dal cuore del mondo al poco sotto la crosta, è la stessa che porta dal nostro cuore ai nostri occhi. Da lì in poi ci siete voi, da li in prima c’è silenzio e solitudine, ché nessuna parola saprà mai raccontarci abbastanza. Quello che c’è dentro lo sappiamo solo noi, e solo significa solitudine.
E’ da li dentro che facciamo figli. Una solitudine più un’altra solitudine, un mondo inspiegabile più il tuo che non mi saprai mai spiegare. Ed i figli si fanno senza spiegazioni, senza istruzioni, senza racconti. Vengono da chissà dove e cominciano a chiacchierare. E tu li ascolti e staresti ore ad ascoltarli e non vuoi sapere tutto di loro perché a fare troppa luce dentro alle persone si abbaglia la vita che cresce. Li accompagni nel fuori e proteggi il loro dentro, ascolti se serve e chiedi solo se puoi.
I figli arrivano per te da quello strato nascosto, sotterraneo, quello irrigato dalle necessità e nutrito dal bisogno. Dovere e piacere, mai in contraddizione.

Fuori, ultimo vestito della sfera, c’è la vita quotidiana, e non chiedermi di descrivertela.
Lo strato più fine, più sottile del pianeta, la parte più volatile della nostra esistenza, ciò che sembra vitale oggi e domani sarà solo un ricordo. Ciò che facciamo finta che sia il tutto, ma che in realtà è un sottile strato di terra e di verde.

Il nostro modo per credere che tutto regga, che sia tutto lì, tutto raggiungibile e fattibile, oggi o al massimo domani ci riuscirò.

PAS = Parliamone Apertamente & Sinceramente *

di Francesco Toesca

 

Eccoci qui ancora una volta a parlare di PAS e condizionamento di minori.

Quante parole ancora dovremo spendere per parlare dell’ovvio? Possibile che il buon senso non sia d’aiuto a questa nostra società per discernere, capire, evolvere, contenere, insomma aiutare il buon crescere della nostra convivenza? Possibile che si debba sempre passare per confuse analisi sterili, ricorrere ad azioni complesse ed impegnative per far emergere le verità più semplici e lampanti? Possibile che si debbano mettere in campo fiumi di parole, eccellenti professionalità ed enormi energie solo per dover spiegare ciò che è sotto gli occhi di tutti e che dovrebbe essere facile da capire?

Purtroppo è assai più facile spargere al vento un mazzo di carte che ricomporlo e rimetterlo nell’ordine in cui si trovava; per creare confusione e sguazzarci dentro basta un attimo, per ragionare e capire ci vuole assai più energia.

Comunque, facciamo insieme una piccola carrellata di considerazioni ovvie ma necessarie:

Due genitori sono meglio di uno; ovvio. E’ fondamentale per equilibrare la crescita del bambino. Ad esempio, quando un genitore muore chiunque capisce che si verifica una grave mancanza nel panorama affettivo del bambino che avrà ripercussioni forti nella sua crescita, ma non siamo disposti ad affermare lo stesso per un genitore in vita ed allontanato per nostro capriccio o tornaconto, in assenza di una provata dannosità. Quando un genitore muore non andiamo certo a distinguere se era bravo o no, affermiamo che la perdita è un danno. Per un genitore in vita siamo sempre pronti a giustificarne l’allontanamento senza indagare, sulla base di un sommario giudizio di persona di parte. Qual è la differenza? Stiamo parteggiando per il genitore che rimane vicino al bimbo e non per il bimbo stesso. Ovvio, no?

Le degenerazioni o i torti di uno dei genitori verso i figli vanno trattate per quello che sono, individuate e punite, e i genitori rei e dannosi vanno allontanati. La loro esistenza reale e poi statistica non può e non deve influenzare la misura con la quale gli altri (coloro che non commettono niente di male) frequentano i figli. In altre parole, se esistono genitori dannosi, non vuol dire che tutti i genitori siano dannosi, né tantomeno che un genitore dannoso, una volta allontanato, possa essere preso come metro di giudizio per pesare la presenza dell’altro. Se il cattivo va allontanato, non va allontanato il bambino anche dal buono, anzi. Ma questo, come detto, SE un genitore commette fatti dannosi. Ovvio, no?

Due genitori sono il modo migliore per individuare eventuali abusi e maltrattamenti: l’altro genitore ha strumenti eccellenti (la conoscenza del bambino, il suo linguaggio specifico e la sua storia, la quotidianità) per capire cosa sta succedendo al proprio figlio. Il fatto che entrambi i genitori possano avere con sé il bambino è una ottima garanzia per il bambino stesso. E dico entrambi, non uno solo a controllo dell’altro ma libero di agire indisturbato. A volte, proprio la separazione è il rifiuto della connivenza. Ma non va strumentalizzata. Ovvio, no?

Questo non deve dare la possibilità a nessun genitore di accusare falsamente l’altro per motivi di tornaconto o semplice competizione nella cura dei bambini, per cui ogni accusa deve essere analizzata e provata e le false accuse vanno punite severamente. Ovvio, no?

Eliminare l’altro genitore dalla vita di un bambino è già un abuso, uno dei peggiori, fine pena mai. Confondere eventuali reati o abusi da parte dell’altro con una nostra lettura egoistica del possesso e dell’esclusività è abuso. Ovvio, no?

Esistono professionalità (psicologi, psichiatri, assistenti sociali, giudici onorari e non, operatori di tutti i generi, educatori etc etc) che vanno incentivate nella loro competenza e controllate quotidianamente, per far si che non si confonda l’analisi seria delle situazioni relazionali e psicologiche con gli abusi di potere o i pregiudizi di ogni genere o peggio l’incompetenza; abbiamo bisogno di professionisti seri, e vista la materia non possiamo permetterci né ciarlatani o incapaci, né tantomeno infiltrazioni da parte di lobby di interesse nelle questioni minorili. Ogni strumento di controllo delle professionalità, ogni approfondimento professionale va incentivato al massimo, è un meraviglioso investimento per la società, mentre ogni sospetto di iniquità, di partigianeria per un genere, di discriminazione per qualsiasi pregiudizio, o abuso di potere da parte degli specialisti va approfondito, valutato e severamente punito. Tali strumenti, anche individuati e maturati in ambito internazionale, sono un bene dell’umanità e vanno considerati PRIORITA’, in quanto afferenti ad un ambito vitale e delicatissimo della nostra società. Ovvio, no?

Addestrare (uso questo termine non a caso) un bambino ad odiare o ignorare o peggio ancora rovinare un genitore è possibilissimo e molto facile. Chi ha figli sa benissimo come è facile fare loro un lavaggio del cervello, che potenza hanno i ricatti affettivi, che pressione è possibile esercitare su di essi ed instradare il loro giudizio. Un esempio per tutti, i bambini soldato. Se è possibile addestrare un bambino ad uccidere e fare la guerra, o a sacrificarsi in nome di un’entità che non gli appartiene nemmeno, e sappiamo come possono diventare micidiali, possiamo fargli fare di tutto. Ovvio, no?

Negare che sia possibile addestrarli all’odio ed allontanarli da un genitore strumentalmente è davvero ridicolo. Non solo la tesi dell’impossibilità non regge (l’essere umano è purtroppo capace di tutto e si adatta a tutto, esistono migliaia di aberrazioni e forzature in tutto il mondo) ma rivela la malafede in chi lo nega: qualcuno potrebbe credere che è impossibile convincere dei vietnamiti o dei giapponesi che la guerra non è mai finita? Eppure succede, come succede che persone vengano cresciute segregate senza mai uscire di casa, tanto per dire.. Tutto è possibile. Ovvio, no?

Chi dice che la PAS non è possibile e la nega lo fa perché la vuole coprire per interesse. Esiste di tutto in natura come nella mente umana, il mondo è pieno di una varietà infinita di fenomeni e di storture, moltissimi sorprendenti ma tutti possibili, ma qualcuno nega che sia possibile insegnare ad un bambino che una persona è cattiva. Negarlo e definirlo impossibile è ridicolo e strumentale. Ovvio, no?

Condizionare un bambino è purtroppo possibile, esempi in positivo ne abbiamo a milioni, la cultura stessa è in fondo un condizionamento. E’ possibile anche in negativo. Basta insegnare ad un bambino che un comportamento negativo è invece positivo. I bambini imparano ciò che gli insegniamo, hanno ben pochi filtri di fronte agli insegnamenti dei genitori. L’unico filtro è appunto l’altro, che si vuole non a caso eliminare. Ovvio, no?

Se è possibile per un pedofilo convincere un bambino a non rivelare il segreto, a continuare a subire abuso, a barattarlo con una ricarica telefonica, addirittura a convincerlo che è bello, come si può negare che sia possibile condizionare un bambino ad odiare un genitore? E guarda caso chi nega che esista la PAS afferma che è possibile abusare di un bambino e convincerlo a subire abusi. Cioè secondo loro non sarebbe possibile addestrare un bambino a rifiutare un genitore senza motivo ed etichettarlo come cattivo su istigazione dell’altro ma sarebbe possibile addestrare bambini a subire violenze sessuali o altri abusi. Non torna, qualcuno ci marcia. Ovvio, no?

Parlare di generi, nell’abuso, non ha senso. Non esistono azioni violente o abusanti peculiari di un genere piuttosto che di un altro. Per questo non ha senso stabilire chi pratica un abuso più dell’altro in quanto appartenente ad un genere. E’ il sistema che invece è assai sessista ed autorizza ora un genere ora l’altro, a seconda della materia, e chi appartiene a quel genere non fa che mettere in atto colpevolmente ciò che gli viene permesso. Se la maggior parte di casi di PAS sono messi in opera dalle madri, è perché il sistema le mette in condizione di farlo (affidando esclusivamente a loro i bambini nell’80% dei casi e più e regalandogli vantaggi derivanti dall’esclusione dell’altro). Lo fanno di più le madri perché lo Stato le autorizza e non le punisce, né permette che si riconosca il problema. Quando, in vari casi, lo permette al padre, è perché lui gode di un lasciapassare speciale in quanto detentore di potere, che altrimenti non gli verrebbe dato per genere. Ovvio, no?

Ma andiamo avanti: oltre la PAS, che la dr.ssa Morana tratta, conosce e descrive compiutamente e magnificamente, vorrei qui parlare di un fenomeno meno eclatante ma assai più diffuso, altrettanto devastante per la crescita emotiva e relazionale dei minori, sempre fine pena mai.

Se nel caso della PAS si fatica ad ottenere riconoscimento ufficiale (ma non certo scientifico) per colpa di lobby che ne traggono vantaggio, per questo fenomeno siamo ancora più indietro, proprio per la sua subdola e strisciante natura.

Vorrei azzardare un primo termine descrittivo, che mi auguro verrà analizzato meglio insieme al fenomeno stesso e migliorato nella sua efficacia: Delegittimazione Parentale.

Non stiamo parlando né di allontanamento né di odio; si tratta di cosa più sottile. Quando un bambino, sistematicamente, vede che un genitore esclude l’altro dalle decisioni che lo riguardano, assorbe la negazione della sua legittimità e di conseguenza subisce una amputazione affettiva. Mio padre/mia madre, non contano niente perché uno agisce con me senza tenere in considerazione l’altro. L’altro non conta niente. A che scuola vado? Decide mamma. E papà? Ma che ci importa, decidiamo noi. Posso avere il motorino? Si. E mamma che ne pensa? Ma che ti importa? Te lo compro io.

La vita quotidiana è fatta di migliaia di decisioni, di concessioni, di limiti, di richieste. Se dimostriamo ai bambini che l’altro genitore non conta, creiamo in lui un gioco inizialmente attraente (se mamma dice di no lo chiedo a papà e viceversa) ma che alla lunga diventa devastante. Conosciamo benissimo il gioco di rimbalzo che si crea. Un genitore poco attento, per conquistare l’affetto, accontenta il proprio figlio proprio dove l’altro negava, in un gioco perverso che altro non è che un mercato che alimenta astuzie e ricatti; svalorizzare l’altro si ritorce su sé stessi, se delegittimo l’altro delegittimo anche me stesso. Avere il coraggio di mantenere una coerenza comportamentale, salvo poi metterla in discussione o a punto tra i due genitori senza coinvolgere il figlio, è comportamento importantissimo. Saperlo fare dovrebbe essere un obiettivo supremo per la buona crescita.

Non si può negare che questa dinamica è favorita in pieno dall’affidamento esclusivo o dal falso condiviso. Meno l’altro c’è, più è facile delegittimarlo. Dà ebbrezza di potere ma danneggia i bambini ed è causa di continui conflitti e necessità di compensazione innaturale. Se l’altro è importante, se gode della sua legittimità, conferma anche la nostra. Ovvio, no?

 

  • articolo pubblicato su “La Nostra Campagna”.

Non sarà l’uguaglianza a renderci unici *

di Francesco Toesca

La questione della teoria del genere (con buona pace di chi nega la sua esistenza e contemporaneamente ne perora la giustezza inserendola in programmi educativi, come ben evidenziato da questo articolo e come mai prima d’ora accaduto, adottando pratiche educative tout court senza prima accettare un dibattito critico ampio ed esaustivo) aumenta di giorno in giorno la sua importanza. Lontano dall’essere una pura questione astratta sta ormai invadendo – ponendosi come inattaccabile – il discorso pubblico, intellettuale e mediatico della nostra società. Basterebbe questa massiccia invasione in ogni tema sociale e la conseguente applicazione nella pratica formativa e pedagogica a sancirla come reale. Tanto basta difatti, almeno a me, per discuterne.
Temo, purtroppo, che siamo solo all’inizio della consapevolezza di quanto questa ideologia (che, sia chiaro, critico in toto) abbia a che fare con una infinità di dimensioni esistenziali e di quanto prepotentemente si proponga di influenzare la nostra esistenza. Impossibile pretendere dunque che tutte le voci critiche corrispondano, vista l’ampiezza del tema, come impossibile pare anche il poter tenere il dibattito al riparo da possibili utilizzi a loro volta strumentali.
Nel proporre questo articolo, difatti, concordo con l’assunto generale che si tenda a cancellare la dignità dei generi, volendoli nascostamente annullare con la scusa di volerli rendere liquidi; ciò, a nostro parere, non ha a che vedere con gli stereotipi quanto piuttosto neutralizzare la forza dell’essere identificabili ed identificarsi in sé stessi, di riconoscersi tra simili. Gli stereotipi sono solo uno specchietto per allodole, giacché si può benissimo convivere in consonanza senza negare le differenze. Tale annichilimento dei generi è funzionale al potere, quanto la forza della dicotomia maschio femmina è una minaccia al controllo della persona. È difatti in discussione oggi SE sia giusto essere maschi e femmine. Sotto questa luce, ciò che non condivido dell’articolo è che ancora una volta si tenti una lettura oppressi/oppressori tra i generi e si tiri in ballo il supposto maschilismo patriarcale della nostra società, a mio avviso tutto da discutere, ed usato come carta vincente di consolidato sapore retorico.
Se l’identità femminile viene svilita, non è certo dall’uomo ma da una ideologia che annulla anche quella maschile. Che senso ha combattere tra di noi se siamo minacciati entrambi all’estinzione in quanto identitari?

L’articolo commentato è uscito su http://www.cooperatoresveritatis.net. e lo riporto di seguito:

La “ginecofobia”
La donna che rifiuta il suo essere madre distrugge se stessa.
di Don Massimo Lapponi

Propongo alcune osservazioni suggerite, tra l’altro, dal dibattito in relazione all’inserimento, nelle scuole della prima infanzia di Trieste, del “Gioco del rispetto” che ha l’obiettivo, come si legge nelle linee guida, “anticipare l’insegnamento al rispetto di genere tramite il superamento degli stereotipi e di favorire una cultura e un’educazione alle pari ed eque opportunità tra bambini e bambine, di contrastare forme di conflittualità e violenza”.

Che non si tratti di un’iniziativa nuova ed originale è ovvio, dato che si usano termini e concetti che stanno avendo una larga diffusione, a livello nazionale e internazionale. Le parole “stereotipi e pregiudizi” sono ormai all’ordine del giorno, e basta richiamare, come esempio, il Disegno di Legge 1680 del 18 novembre 2014, presentato dalla senatrice Valeria Fedeli e da altri senatori (qui): Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università (al quale fa riferimento anche la recente iniziativa del Soroptimist: qui e qui).

In detto testo, come in moltissimi altri, ritornano espressioni quali: «superamento di stereotipi sessisti», «lotta contro gli stereotipi», «cultura della parità di genere», «eliminazione degli stereotipi di genere nell’Unione europea»; come anche, per maggior chiarezza, vi si afferma che «la nozione di uguaglianza può essere instillata nei bambini sin dalla più tenera età e che un’educazione basata sul riconoscimento della parità è la strada da percorrere per il superamento degli stereotipi di genere», e che «gli Stati membri» dell’Unione Europea «sono stati altresì sollecitati a predisporre specifici corsi di orientamento, nelle scuole primarie e secondarie e negli istituti di istruzione superiore, finalizzati a informare i giovani in merito alle conseguenze negative degli stereotipi di genere, nonché a incoraggiarli a intraprendere percorsi di studi e professionali superando visioni tradizionali che tendano a individuarli come tipicamente “maschili” o “femminili”». A questo scopo, si dice, «un ruolo fondamentale potranno svolgerlo progetti di formazione culturale che accompagnino i percorsi scolastici dei ragazzi, a partire dal primo ciclo di istruzione, fornendo adeguati strumenti di comprensione e di decostruzione critica dei modelli dominanti tuttora alla base delle relazioni tra i sessi».

Il testo in questione riporta l’affermazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, firmata a Istanbul l’11 maggio 2011, ratificata dall’Italia con legge 27 giugno 2013, n. 77, ed entrata in vigore lo scorso 1° agosto 2014, che invita ad adottare «le misure necessarie per promuovere i cambiamenti di comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e pratiche basati sull’idea dell’inferiorità della donna». «Ciò importa primariamente» aggiunge il detto disegno di legge «la decostruzione critica delle forme irrigidite e stereotipate attraverso cui le identità di genere sono culturalmente e socialmente plasmate».

La prima cosa da osservare è che l’esplicita dizione «educazione di genere e della prospettiva di genere» e espressioni quali «forme irrigidite e stereotipate attraverso cui le identità di genere sono culturalmente e socialmente plasmate» smentiscono palesemente l’affermazione, oggi spesso sfacciatamente ripetuta, che «la teoria del gender non esiste». Con tutta evidenza se, in documenti ufficiali, si parla di «prospettive di genere» da instillare fin dalla scuola primaria, e si precisa che, secondo questa prospettiva, le «forme irrigidite e stereotipate» dell’identità di genere «sono culturalmente e socialmente plasmate», la relativa teoria esiste e come!, e non è affatto realistico pretendere che esistano soltanto dei non meglio specificati «studi di genere».

Ma il punto principale su cui è necessario attirare l’attenzione è che, diversamente da quanto in linea di principio affermato dalle iniziative sopra richiamate, in realtà non si vuole perseguire la «decostruzione critica» di tutte le «forme» in cui «le identità di genere» si sarebbero «irrigidite», ovvero «il superamento» di tutti «gli stereotipi», ma si vuole ad ogni costo eliminare esclusivamente UNA SOLA FORMA DI RUOLO E DI CULTURA: QUELLA FEMMINILE. Mentre, infatti, si dichiara di voler incoraggiare i giovani «a intraprendere percorsi di studi e professionali superando visioni tradizionali che tendano a individuarli come tipicamente “maschili” o “femminili”», di fatto non si incoraggiano altro che gli aspetti tipici di UN CERTO TIPO DI ATTIVITA’ E DI CULTURA: QUELLA MASCHILE.

In conseguenza di questa scelta, si presentano quali «pregiudizi, costumi, tradizioni e pratiche basati sull’idea dell’inferiorità della donna», e perciò da eliminare, TUTTE LE FORME DI IDENTITA’, DI ATTIVITA’ E DI CULTURA CHE NON RIENTRANO IN QUELLE PIU’ PRATICATE DAGLI UOMINI, E QUINDI, OVVIAMENTE, IN PRIMIS LA SPONSALITA’, LA MATERNITA’ E TUTTO CIO’ CHE AD ESSE E’ CONNESSO.

Non si dice affatto che tutti dovrebbero valorizzare i ruoli propri della maternità – se mai si sottintende che detti ruoli sono inferiori quando sono esercitati dalla donna, mentre, non si sa perché, non lo sono più quando volessero essere esercitati dall’uomo. Ma si sottolinea apertamente che agli Stati membri è stato richiesto dalla citata Convenzione del Consiglio d’Europa di provvedere all’«eliminazione degli stereotipi di genere (…) in termini di maggiore visibilità del contributo e del ruolo delle donne nella storia, nella letteratura o nell’arte».

Dunque è chiaro: IL RUOLO DELLE DONNE NELLA SPONSALITA’, MATERNITA’, CURA DELLA PROLE ETC. E’ UN SEGNO DI INFERIORITA’ CULTURALE, UNO STEREOTIPO E UN PREGIUDIZIO DA ELIMINARE, MENTRE I RUOLI STORICI, LETTERARI, ARTISTICI, E, CERTAMENTE, IMPRENDITORIALI, POLITICI ETC., NON SONO STEREOTIPI E PREGIUDIZI, MA SU DI ESSI VANNO APPIATTITI I RUOLI DEI GENERI, SECONDO UN PRINCIPIO DI UGUAGLIANZA E DI SUPERAMENTO DI “STEREOTIPI SESSISTI”.

Di fatto, l’unico “stereotipo sessista” che si vuole eliminare è quello della donna sposa, madre, educatrice della prole. Non si può, ovviamente, eliminare il sesso: ma, una volta abolita la cultura della donna nella sua specificità propria e nella sua dignità spirituale, il sesso può avere libero campo di esercitarsi senza alcuna regola o responsabilità – e certamente non a vantaggio della donna, ovvero dell’eliminazione della violenza contro di lei! E, nello stesso tempo, l’imprenditoria economica non avrà più gli intralci del rispetto per i valori morali e umani, a cui tradizionalmente la donna richiamava l’uomo, ritraendolo dal suo attivismo irriguardoso.

La superiorità spirituale della donna indirizzava l’uomo al vero fine del suo lavoro, di essere cioè al servizio della vita e del bene umano. Nello stesso tempo la scoperta, da parte dell’uomo, di questo orizzonte morale e spirituale superiore, dava al sesso il suo vero senso e la sua dignità.

Sono questi gli STEREOTIPI e i PREGIUDIZI che i vari programmi scolastici e le relative proposte di legge intendono DECOSTRUIRE. Ma la strada obbligata per conseguire questo fine è di DISTRUGGERE L’ESSERE DELLA DONNA NELLA SUA IDENTITA’ E DIGNITA’.

Già in un altro intervento (qui) si è attirata l’attenzione sul fatto che, mentre gli omosessuali richiedono che si rispetti il loro essere e denunciano come OMOFOBIA ogni espressione di non accettazione di esso come fatto naturale e ogni ipotesi di una loro riconduzione ad altro orientamento, è ormai tempo che LE DONNE RICHIEDANO CHE SI RISPETTI IL LORO ESSERE PROPRIO E CHE DENUNCINO COME GINECOFOBIA OGNI ESPRESSIONE DI NON ACCETTAZIONE DI ESSO COME FATTO NATURALE E OGNI TENTATIVO VOLTO ALLA SUA DECOSTRUZIONE

 

 

  • articolo pubblicato su “La Nostra Campagna” nel luglio 2016

DDL Pillon e mantenimento dei figli. Chiariamo alcune cose *

di Francesco Toesca

Come ben dimostrato da Anna Poli nel suo articolo di martedì, il tentativo di intervenire sulla misapplicazione della Legge 54/2006 si scontra con un tipo, e uno solo, di opposizione. Si mette in discussione l’assegnuccio? Forconi in piazza… Oltre a questa presa di posizione, sul tema impera un’enorme confusione. Cerchiamo quindi di fare chiarezza, sia eticamente che tecnicamente, sul punto. Si definisce mantenimento diretto tutto ciò che viene fornito direttamente al figlio quando si trova con noi, e indiretto quando deleghiamo qualcun altro a provvedere, mandandogli i soldi necessari. Nel primo caso, quando il figlio sta col padre paga tutto lui e quando sta con la madre paga tutto lei. Nel secondo caso, uno dei due, oltre a pagare tutto quando il figlio sta con lui,  manda anche un assegno di mantenimento che l’altro gestisce secondo il proprio giudizio. C’è qualcosa che non torna, vero? E non è solo il fatto che uno dei due, solitamente il padre, paga due volte: è proprio il fatto che meno il padre vede i figli e più soldi deve mandare. Si potrebbe obiettare che se sta di più con uno dei due è comunque dovere dell’altro pagare la metà del dovuto. Ma nella realtà non è cosi.

I fabbisogni dei nostri figli e il nostro modo di occuparcene sono una delle chiavi attraverso le quali essi ci conoscono e ci giudicano, e attraverso le quali imparano a relazionarsi con il mondo. Attraverso l’esempio diretto possiamo passargli i valori per noi importanti, anche riguardo alla nostra gestione economica (comprare vestiti firmati o meno, cibo bio o meno, eccetera). Preparare un piatto di pasta a nostro figlio non è uguale a pagargli quello stesso piatto di pasta mentre se lo mangia con la mamma o un panino mentre passeggia con la babysitter. Questo concetto ci è chiarissimo se lo applichiamo a qualsiasi contesto, ma se lo riportiamo all’assegno di mantenimento o all’occuparsi direttamente dei figli, per magia le cose cambiano: viene considerato un padre premuroso e attento quello che manda regolarmente i soldi, mentre se non manda l’assegno il commento che il bambino ascolterà dalla madre sarà: “vedi, tuo padre non si interessa a te, nemmeno ti compra un vestito, devo fare tutto io”.

Dunque, dal punto di vista etico, sarebbe opportuno cambiare ottica: un bravo genitore è quello che c’è, di fatto, e non quello che manda i soldi. Un’ottica difficile da affermare anche perché purtroppo i figli riconoscono chi ha provveduto ai loro bisogni mentre si manifestavano: avevo fame e mamma mi ha comprato da mangiare, desideravo un paio di scarpe e mamma me le ha comprate. Che poi quei soldi siano metà di mamma e metà di papà non conta purtroppo nulla, spesso il bambino nemmeno lo sa. Ciò purtroppo ha un peso enorme nella “sfida” affettiva che viene ingaggiata nelle separazioni. Secondo punto molto rilevante è che nel caso del mantenimento indiretto chi gestisce i soldi decide anche come spenderli. E come si decide quanto il figlio costerà al mese? Una quantificazione arbitraria del giudice, sulla base di parametri indefinibili, come è stata fatta finora, obbliga chi manda l’assegno a spese che forse gestirebbe diversamente. Un sistema come il mantenimento indiretto, insomma, non è assolutamente proponibile, perché impone come crescere i figli e cosa dargli sulla base di stime arbitrarie, mettendo in mano queste decisioni solo ad una persona. Tra l’altro una persona della quale, per evidenti motivi, quasi sempre non si condivide più l’approccio.

Ma veniamo a una analisi tecnica: Il termine “assegno di mantenimento” contiene concetti diversi che furbescamente vengono sovrapposti. Anzitutto, mi voglio limitare a parlare dell’assegno ai figli e non quello alla ex moglie. Si noti che i due vengono confusi per vari motivi: 1) tentare di mantenere una dicotomia madre/figli = famiglia vs padre = colui che se n’è andato; 2) per un motivo simile, tutti i bisogni dei figli (vedi la casa familiare) in questo modo vengono a vantaggio della madre; 3) madre e figli risultano la parte debole cui il marito-padre deve provvedere; 4) confermare la figura della madre come preponderante poiché rappresenta il nucleo familiare, la casa, la stabilità, mentre il padre rappresenta la provvisorietà, l’instabilità e l’inaffidabilità. In fondo, accodarsi ai bambini fa sempre un gran comodo. Tolta la maschera a questa falsificazione, ci si può limitare a parlare del mantenimento dei figli, per il quale si riconoscono quattro grandi categorie di fabbisogni:

1) Necessari e quotidiani (casa, bollette, vestiario, cibo, medicine, scuola…).

2) Straordinari, necessari ed inderogabili (un improvviso fabbisogno medico, un incidente. Non si può certo discutere se procedere o no. Chi si trova col figlio deve poter provvedere e chiedere la divisione delle spese).

3) Straordinari, necessari ma derogabili(apparecchio dentale: deve metterlo ma possiamo confrontare più preventivi, o se sono in un momento economicamente pesante il piccolo può aspettare un po’).

4) Opzionali (lo sport, un viaggio, un corso musicale, il motorino o qualsiasi altra spesa facoltativa)

La legge 54/2006 prevederebbe già il mantenimento diretto ma lascia al giudice la facoltà di stabilire un assegno “perequativo” nel caso di grandi disparità di reddito. Queste disparità di reddito sono però state reinterpretate come disparità di giorni di presenza del figlio, di conseguenza una buona scusa per non applicare il mantenimento diretto.  È ovvio che se il bambino trascorre 6 giorni con il padre e 24 con la madre, le spese dirette a carico dei due non saranno le stesse. Ed ecco il punto centrale: il presupposto fondamentale per il mantenimento diretto è che i tempi siano paritari. Ma finora, è noto, si è continuato ad applicare (illegalmente) un sistema di affido non paritario e di mantenimento indiretto.

Ora, si tratta di capire come potrebbe reggere una impostazione senza scambio di assegni e compensazioni varie, ossia come impostare il mantenimento diretto senza che i figli ci rimettano. Una cosa va accettata: la separazione è la fine di un progetto comune tra coniugi, che riprendono la loro strada indipendentemente uno dall’altra. Retorica scontata afferma che non si separano dai figli, verissimo, ma di fatto la gestione dei figli e della famiglia cambia. Inutile girarci intorno. Aumentano le spese ma soprattutto si riacquista volutamente un’indipendenza nella gestione della propria vita e di quella dei figli. In sostanza, da quel momento uno decide indipendentemente da ciò che pensa l’altro. Il buon senso richiede di cercare il più possibile strade coerenti di educazione, ma da qui a esigere che l’altro si comporti in modo pienamente concordato ce ne passa. Questo recupero della propria indipendenza richiede tassativamente di poter proporzionare il proprio agire verso i figli in maniera autonoma. Ovviamente il figlio frequenterà due ambienti diversi, con valori e disponibilità diverse. Non può essere altrimenti. Probabilmente vestirà in un modo con mamma ed in un altro con papà, ed anche questo purtroppo si chiama divorzio.

Detto questo, con il mantenimento diretto (con tempi di permanenza paritari e senza assegni), ognuno provvede al figlio quando sta con lui per i suoi bisogno necessari e quotidiani. Il minore non porta valigie, trova tutto da uno e dall’altra, si sposta con i vestiti del giorno, coi quali ritorna, ha due case fornite di ciò di cui ha bisogno. Quando esce per andare a scuola dalla casa di papà, se la gomma si è consumata il papà gliela ricompra. Lo stesso fa la mamma. I libri si comprano ad inizio anno e si dividono, la mensa si decide se è necessaria o facoltativa. Se il papà vuole farlo mangiare a casa e riportarlo a scuola non paga la mensa, e così la mamma; se invece è necessaria si divide la spesa. Sui bisogni straordinari, necessari, inderogabili o derogabili che siano, non cambia nulla: si presentano pezze giustificative delle spese, preventivi e quant’altro, si decide assieme e si divide a metà la spesa, magari adottando il sistema del conto cointestato, dove versare mensilmente dei soldi (magari proporzionalmente) che sono vincolati all’utilizzo solo per questi tipi di bisogni, e che alla maggiore età vanno al figlio. Sarebbe in più un motivo nobile per innescare una “gara” virtuosa. Quanto ai bisogni opzionali, si comunica all’altro il desiderio, se l’altro è d’accordo si dividono i costi in parti uguali o diverse, se l’altro non è d’accordo il primo è libero di provvedere da solo e non può richiedere nulla.

Ci vedete qualcosa di complicato, di assurdo, di impossibile in questo sistema? Io no, a parte l’evenienza che uno dei due genitori sia in reale e comprovata difficoltà economica (di questo si occupa l’amico Davide Stasi nell’articolo associato a questo mio). E se penso che questo semplice sistema risolverebbe migliaia di conflitti e ridarebbe tranquillità ai bambini, vi assicuro che mi sale un gran nervoso per i deliri che sto leggendo in giro, per i contorcimenti e le retoriche di chi ci mangia sopra. Ma soprattutto sapete cosa cambia rispetto all’indiretto? Che il bambino starebbe più tempo col genitore fino a oggi considerato “visitatore”, usualmente il papà. E col mantenimento diretto papà provvede di suo. Tutto il resto rimane invariato. Per la mamma le spese non aumentano. E sapete perché? Perché o finora l’assegno veniva corrisposto per fabbisogni reali, oppure tutto il problema e il terrore era di non perdere soldi che non venivano usati per i figli. Delle due l’una.

* articolo pubblicato il 14/9/2018 su “Staller sarai tu – il blog di Davide Stasi”

De Magistris e la libertà di pensiero unico*

Come riporta il blog Stalker Sarai Tu in un articolo di pochi giorni fa, lo scorso mese di luglio, durante l’organizzazione di un proprio convegno e della prima assemblea nazionale, il Movimento Mantenimento Diretto per l’Uguaglianza Genitoriale chiedeva al Comune di Napoli di potersi avvalere di una sala comunale per l’evento e richiedeva il Patrocinio del Comune stesso.

Tale convegno, da tenersi a settembre 2018, aveva come scopo primario la presentazione del Movimento e la discussione delle finalità dello stesso, ossia la parità genitoriale in caso di separazione (leggi i diritti dei bambini a vedere continuativamente i padri, diritto ad oggi messo continuamente in dubbio, sminuito se non negato, palesemente osteggiato con varie scuse e malcelato tornaconto). Va messo fortemente in evidenza che tale questione (i diritti dei bambini nella separazione) è un tema “caldissimo”, di estrema importanza per tutta la popolazione italiana, poiché riguarda tutti, separati e non, e poiché è un tema di salute pubblica, di equilibrio tra i sessi, di buona convivenza ma soprattutto di salute psicofisica dei minorenni, ed in ultimo di applicazione di indicazioni europee e di riordino di una materia dove spessissimo lo Stato italiano è stato condannato e sanzionato dalla CEDU per inerzia e disapplicazione di principi internazionali di tutela del fanciullo. Insomma, in ogni caso il tema riguarda tutti, indipendentemente dallo schieramento politico. Va altresì premesso che, pur essendo da anni evidente che la legge che disciplina la materia è la più disattesa ed inapplicata del nostro ordinamento (come pure rilevato lo scorso anno dallo stesso ISTAT), nessuna parte politica fino ad oggi ha mai fatto niente per mettere giustizia nella questione, a parte il DDL da poco depositato dalla Lega per rispondere ad un impegno preciso del Patto di Governo, (DDL che come vedremo scatena inconsulte reazioni), soprattutto la sinistra che dovrebbe per definizione occuparsi delle ingiustizie sociali, quella stessa sinistra che si è battuta per le unioni civili, per la stepchild adoption, i diritti della comunità LGBT,  insomma dei diritti familiari ed affettivi  di tutti, giù giù fino agli animali, tranne di quelli dei padri e dei figli di padri separati; sinistra che invece nel caso delle separazioni si è adoperata per arrivare allo status quo ed ha apertamente osteggiato qualsiasi modifica. Si noti che le questioni appena elencate hanno goduto, in pochi mesi, della massima attenzione mediatica e sociale, dell’impegno di tutto il Governo PD, hanno insomma occupato lo spazio parlamentare quasi totalmente per alcuni mesi e sono sfociate rapidissimamente in legge. A dimostrazione che quando si vuole…

In ogni caso, in data 30 luglio u.s. rispondeva personalmente il Sindaco De Magistris, con una nota con la quale, oltre a concedere il patrocinio stesso, dichiarava di “condividere le finalità” del convegno. Magnifico.

A pochissimi giorni dall’inizio del convegno, però, si “svegliava” l’AssessorA  comunale al welfare (si noti, il welfare, ossia riconoscendo che il problema dell’ingiustizia separativa non è questione di lana caprina o da circolo di bocce ma riguarda nientemeno che il welfare) la quale, con una lettera al Sindaco, afferma che seppure in data 27 luglio i suoi Uffici rilasciavano una nota positiva circa l’adesione, “nel frattempo sono intervenuti una serie di fatti” che spingono la stessa scrivente a chiedere al Sindaco di riconsiderare la faccenda.

La serie di fatti, come la stessa scrive, è in realtà un fatto solo, che proprio non va giù alla equanime AssessorA, che lo ammette candidamente nella nota stessa:  la presentazione di un disegno di legge che riforma le separazioni ristabilendo giustizia ed equilibrio genitoriale (non sia mai!!!) da parte della Lega (il famigerato DDL Pillon). Tale DDL, si noti, è stato promosso per iniziativa di vari Senatori, sempre leggendo la nota. Tale iniziativa, si legge ancora, è stata promossa (delitto!!) pubblicamente anche dal Presidente del Movimento, Prof. Paolucci  e dai partecipanti del suo movimento. Dunque, il fatto che la indigna e che le fa cambiare idea sulla sua stessa relazione positiva e che la spinge a scrivere al Sindaco per revocare la partecipazione del Comune, è che un Movimento di uguaglianza genitoriale osi anche solo discutere un disegno di legge che si intitola “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”. Insomma, la solerte AssessorA analizza a fine luglio i termini di un convegno di un movimento chiamato Mantenimento Diretto di Uguaglianza genitoriale (difficile equivocarne gli scopi fondativi), ne dà parere positivo, ma quando tale movimento discute un provvedimento che parla di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità beh, questi fatti li considera nuovi e degni di chiedere ed ottenere dal Sindaco di ripensare il tutto e ritirare l’appoggio.  Non solo, nella nota in sostanza dice di condividere la bigenitorialità (pur con un lapsus grande quanto una casa circa la sua preoccupazione che ciò avvenga) ma di non condividere il modo nel quale i Senatori propongono di applicarla. Insomma, condivide gli scopi ma li vorrebbe realizzare diversamente. Lei. Ossia una rappresentante del Comune di Napoli che fa parte di uno schieramento politico che per anni è stato al potere e non ha mai alzato un dito per la questione, ha anzi affossato ogni tentativo di riforma, quando non è più al potere nazionale e la nuova maggioranza si propone di affrontarlo, ci dice che “andrebbe affrontato con ben altri mezzi”.

Di conseguenza, senza porre alcuna domanda chiarificatrice alla Gaeta (ad esempio se non aveva capito subito, quando diede parere favorevole, che il Movimento si occupa appunto di questi temi, che li ha nel proprio Statuto e che addirittura li rispecchia nel nome e li interpreta proprio nella chiave che successivamente viene proposta da Senatori della Repubblica, o cosa trovasse di diverso tra il Movimento come si era presentato e la successiva proposta di Legge), il Sindaco pronamente cambia idea circa la sua “condivisione di finalità”, si rimangia tutto e toglie il Patrocinio un paio di giorni prima dell’inizio del convegno, considerando pure di revocare l’uso dei locali (che poi lascerà per miracolo).

Ora, vorremmo porre noi alcune domande (oltre quelle che avrebbe dovuto porre il Primo Cittadino ma che per servilismo femministoide non ha posto ed al quale non mi rivolgo direttamente poiché mi pare non abbia autorità in materia per propria abdicazione). Il fatto che tocchi a noi porle e non se le pongano gli stessi rappresentanti delle Pubbliche Istituzioni è notevole; a quanto mi risulta si verifica già così una pesante incongruenza da parte di due uffici pubblici, che si rimbalzano pareri del tutto ondivaghi e personali e contraddicendosi giocano al gatto ed al topo, ma soprattutto mettono in atto a nostro avviso una grave ingerenza di opinioni personali in atti pubblici. Ma tant’ è. Poniamole:

1) Il patrocinio non è un premio che lo schieramento politico al governo in un Comune dispensa per meriti politici o nega per differenza di vedute su come viene affrontato un certo tema;  il patrocinio e l’appoggio comunale si danno in base alla rilevanza sociale, all’importanza del tema trattato, alla sua attualità, insomma all’interesse che un evento riveste per la POPOLAZIONE TUTTA o per una parte seppur limitata di persone e non per i votanti del Partito della Giunta. Importante non è ciò che ritiene un assessore secondo i propri convincimenti o le opinioni politiche di una parte della popolazione grande quanto si vuole ma non rappresentante il tutto (maggioranza di votanti non significa maggioranza di popolazione, ricordiamocelo), quanto l’interesse PUBBLICO che un evento incarna. Vedo tra i patrocini del Comune di Napoli molti eventi di vario genere, e dico “giustamente”. Magari le fiere del bio interessano solo a qualcuno, ma poiché è un argomento “interessante”, ecco, indipendentemente dai gusti dell’assessore di turno è importante farlo accadere. Perché è di INTERESSE della popolazione. Ad esempio, se si discute di omosessualità e si chiedono al comune degli spazi ed il patrocinio (tema che ovviamente interessa una parte della popolazione direttamente, ma in qualche modo interessa le opinioni personali di molti di più), che ne penserebbe di un assessore che affermasse che  “pur condividendo gli intenti della sessualità personale e della sua espressione, ritengo che si debbano percorrere altre strade per realizzarla”? A Lei piacciono i Bronzi di Riace? No? E allora che facciamo, se vengono in mostra a Napoli non gli permettiamo di esporli perché Lei li avrebbe fatti in altro modo? E se invece a Lei non piacciono i film di Fellini, lo sa che siccome interessano a molti degli abitanti di Napoli e sono riconosciuti importanti da una enorme fetta di popolazione mondiale un eventuale festival su Fellini andrebbe appoggiato, indipendentemente dai Suoi gusti? E lo sa che anche se Lei ritiene che quei film li avrebbe realizzati meglio, con altri mezzi, questo non è un buon motivo per impedire di discutere di Fellini? Insomma, riesce a capire che un Comune si deve occupare dei temi importanti, quali che siano, e supportarne la discussione promossa dai cittadini che la Giunta rappresenta, in ogni caso, specialmente se detto Comune si dichiara schierato contro ingiustizie delle quali appunto si discute? Proprio Lei dovrebbe esserci Maestra, sulle discriminazioni sociali. Eppure, che fa? Siccome in Senato viene presentato un DDL che non le piace, si vendica dove ha potere e lo schiaccia? Anzi, fa peggio, schiaccia quelli che osano discuterlo (e magari nel dibattito che ne seguirebbe il  DDL verrebbe pure criticato, che ne sa?). Le faccio un esempio, semplice: se si discute di pena di morte (opzione aberrante) e l’argomento sale alle cronache per qualsiasi motivo, lo sa che sarebbe giusto parlarne, anche se siamo tutti d’accordo nel non volerla? E lo sa perché? Perché amministrare politicamente non significa censurare, o indirizzare i dibattiti solo su quello che ci pare, sulle nostre opinioni politiche e sui modi che condividiamo; significa anche permettere alla popolazione che vi ha eletti di DISCUTERE di quello che gli pare; ne ha pieno diritto. La chiami politica, la chiami democrazia, la chiami lotta al fascismo, la chiami giustizia sociale, la chiami come vuole. Quello che ha fatto Lei io la chiamo censura. Pensi un po’, sono più di sinistra io che nemmeno voto a sinistra di Lei che la rappresenta. Ma la Sua censura è assai più grave se si considera ciò che vado ad esporre nel prossimo punto;

2) La vulgata politically correct afferma che non si devono limitare gli spazi di espressione di nessuno. Mi pare di averlo sentito dire anche da qualche rappresentante della sua parte politica, se non mi sbaglio (sempre che a sinistra sia rimasto ancora qualcuno che ci si trova bene e che dica cose di sinistra). Mi pare anche di aver visto alzate di scudi nazionali, interrogazioni parlamentari, vesti stracciate in pubblico ed in tv contro censure, fascismi, intolleranze, sovradeterminazioni. Immagini se ad esempio un Comune italiano non concedesse gli spazi ad un Gay Pride, per dire. Ecco, la possibilità di esprimere le proprie opinioni si dà a tutti, ormai, e giustamente. Persino alcuni movimenti fascisti o di estrema destra (per dire, ideologie che ci hanno portato alla dittatura e alla guerra e che sono state bandite dalla nostra Costituzione) hanno la possibilità di fare una manifestazione in piazza o organizzare qualcosina; insomma, senza offendere nessuno, si ospitano nei luoghi pubblici cani e porci. Una comparsata nelle piazze ormai non si nega a nessuno, nemmeno ai no vax. Pure una bella fiera campionaria di gorgonzola organizzata da qualche milanese in ferie in Costiera può in fondo ambire ad un patrocinio. Eppure… i padri no. L’uguaglianza genitoriale a quanto pare è meno uguaglianza delle altre. Va bene battersi per l’uguaglianza e la discriminazione, pure della pulce d’acqua, o del fiocco di neve in Ruanda, ma dell’uguaglianza dei padri di fronte ai propri figli no. E chissenefrega se un Movimento sta discutendo di un tema di interesse nazionale, sentito, impellente, che tra poco vedrà discussioni accesissime in Commissione Giustizia, Camera, Senato… ennò, a Me non piace parlarne così e quindi si revoca il patrocinio.

3) Perché, a Suo avviso, la sua parte politica non le ha messe in atto, o almeno discusse, queste “altre strade”? Perché Lei, assessorA al welfare, non lo ha fatto, almeno a livello comunale? Se lo ha fatto, mi può citare almeno un paio di azioni volte ad applicare il principio di bigenitorialità (non i diritti delle donne, sto dicendo quelli dei figli a vedere i padri) che dice di condividere? Non ritiene forse che se un Pubblico Ufficiale, visto che ha il potere di far revocare un patrocinio se non ne condivide i mezzi, ha il potere almeno localmente di mettere in atto con i “Suoi” mezzi quei principi che dice di condividere e che il Suo sindaco condivide pubblicamente?  E lei gli fa rimangiare la parola, bacchettandolo sulle mani, ed ottiene soddisfazione ai suoi capricci? Che fate, laggiù a sinistra, che mi combinate? Ma soprattutto, che avete fatto, laggiù a sinistra, per la bigenitorialità?

4) Leggiamo sulla Vostra pagina: “La delega alle Pari Opportunità ha in carico il coordinamento delle azioni e dei piani per l’attuazione delle politiche di contrasto alla violenza sessuale, di genere e agli atti persecutori, la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza e sull’origine etnica e, in generale, la presunta “diversità”. L’azione della delega alle Pari Opportunità si pone contro qualsiasi forma di disparità, separazione, individualismo aggressivo, le cesure e le censure sociali, favorendo l’equità de facto e agevolando le condizioni di parità di accesso alla vita sociale e i processi di autodeterminazione” (sottolineature dA). Sig.ra Gaeta, ma in questa lista di discriminati, i padri ce li vede collocati o no? E i figli orfani di padre vivo, che vedono il padre meno delle ore di Religione a scuola? Le è mai scappata una letterina a qualche Tribunale per i Minorenni della Campania, chessò, per qualche sentenza scandalosa? Considera o no “fatti nuovi” intercorsi, degni di intervento, le sentenze contra legem che bellamente vengono emesse ogni giorno nel Suo territorio e nel Suo Comune, e che tolgono la possibilità di vedere continuativamente un genitore a bambini che di fatto da quel giorno vengono “discriminati” in base ad una selezione sessista, di genere, poiché si svalorizzano ed emarginano i genitori di sesso maschile? Ce la vede una certa “disparità di accesso alla vita sociale” in un sistema che automaticamente definisce il padre = visitatore della domenica = bancomat e priva i figli di una normale vita affettiva paterna? Il 95% delle separazioni si concludono con i figli collocati presso le madri, quasi sempre con un bell’assegno illegale e la casa espropriata, i figli vedono i padri qualche giorno al mese, ma noi del welfare in questo non ci vediamo nessuna ingiustizia, nessuna discriminazione. Nemmeno quelle della stanza accanto, delle Pari Opportunità e della discriminazione in base al genere ci vedono niente di male. Chissà perché… vede, io ho la libertà di pensare male, e a volte ne approfitto, lo ammetto: ma a me, che le Commissioni e gli Assessorati alle Pari Opportunità siano tutte composte da donne, mi pare un po’ sospetto; contraddittorio, se vogliamo. Quando poi vedo che si intende pari opportunità solo ciò che colpisce la donna, ecco… la puzzetta aumenta. Se poi vedo assessorE che scrivono letterine al Patriarca di turno per farsi proteggere dalle lamentele dei padri separati, pestano i piedini piddini ed ottengono la censuretta, ecco… a me puzza di bruciato. Chissà perché… Sarà mica che la sorellanza ha ramificato pure nella Pubblica Amministrazione? Sarà mica che a Lei quell’evento dava fastidio non in quanto politica ma proprio in quanto donna e femminista? Sarà mica che a Lei, in quanto donna e femminista, la parità affettiva piace tanto ma se riguarda i padri le sta sulle balle? Sarà mica che nel Suo mandato si fa influenzare dal Suo essere donna e femminista?

5) Signora, veniamo noi con questa mia addirvi (una parola sola): ma possibile, benedetta Sinistra, che vi fate scappare pure questa? Ma possibile che lasciate TUTTI questi temi alla destra ed agli avversari che tanto criticate, che poi sono gli unici che mettono le mani nella materia e ovviamente lo fanno a modo loro? Ma per la miseria, ma se non vi piacciono i loro modi, ma cosa aspettate a farvi avanti con i vostri, di modi? Ma vi rendete conto che state lasciando indietro troppe questioni vitali, piatti SUCCULENTI sui quali dovreste buttarvi a pesce, per la valenza politica che hanno, ed invece fate gli snob e poi lagnate che gli altri non vi piacciono? Ve le fate sfilare sotto il naso una ad una, come dei fessi, perdonatemi! Ma non sarà mica che a loro li votano ed a voi no proprio perché ve ne fregate di troppe questioni sociali enormi? Ma chi si deve occupare dei milioni di padri privati dei figli, dei milioni di figli privati dei padri, di una legge dello Stato che prevede uguaglianza e che non viene applicata, e così si sfornano ingiustizie ogni giorno nei Tribunali d’Italia? Ma avete idea di quante Unioni Civili delle quali vi siete fatti belli vengono realizzate ogni giorno, briciole infinitesimali in confronto alle separazioni ed ai divorzi? Ma se criticate tanto la famiglia e le sue dinamiche aggressive, l’aggressione che si verifica ogni giorno in tribunale vi fa sbadigliare? Chi si deve occupare dei 1200 morti sul lavoro ogni anno, tutti uomini, dei barboni, dei suicidi per motivi economici, della pressione sociale esasperata che carica sugli uomini un dovere di successo ed una aspettativa schiacciante, e che li porta ad una gigantesca discriminazione di classe perché essere uomini significa solo essere vincenti o sfigati? Gli uomini si, i primi a subirla, tra chi è ricco e parte bene ed ha successo e chi è povero parte malissimo e si impicca poiché non all’altezza di ciò che gli si richiede? Massacro di classe messo in ombra da capricci di elites, massacro sessista messo in ombra da privilegi rosa spacciati per diritti; privilegi sessisti che generano massacri sessisti. Non sarebbe pane per i vostri denti?. Ma chi si deve occupare di queste cose, i vostri avversari politici o voi? Ma che fate, lasciate la torta più bella sul davanzale? Lo sapete che da qualche anno la festa della bigenitorialità viene promossa con l’appoggio della Lega a Brugherio? Lo sapete che altrove, sotto altre egide, si discute di roba che dovrebbe essere un terno al lotto per voi? Ma ci andate per strada? I vostri avversari ci vanno e fanno man bassa. E voi che fate, oltre a scrivere letterine di censura e fare gne gne gne?

6) Sapesse/Contessa/che cosa ho letto… sulla Sua letterina. Che i soggetti deboli nelle separazioni sarebbero le donne. Ecco, questa è davvero comica. Mi ricorda Maria Antonietta che offriva croissants al popolo affamato. Stesso snobismo, stessa retorica, stessa arroganza. Se solo leggesse qualche statistica (che è materia del Suo assessorato) si accorgerebbe che le donne escono VINCENTI dalle separazioni. Si, vincenti. E gli uomini PERDENTI. Che i figli siano perdenti è risaputo, ma siccome lei per osmosi definisce la sofferenza dei figli come ovvia sofferenza delle madri, io un paio di parole sulla differenza tra padri e madri ce la spendo. Mi dica, se non conoscesse il sesso dei due soggetti in causa e leggesse una sentenza che statuisce; “il soggetto A tiene con se quanto di più caro ci sia al mondo per i soggetti A e B, il soggetto B deve recarsi una volta a settimana a prendere il bambino, (a proprie spese anche se residente a centinaia di kilometri, anche se è A che si è allontanato col figlio), e lo vede se il soggetto A glielo concede, altrimenti dovrà fare denuncie che verranno cestinate di default. Il soggetto A rimane nella casa dove abitava, se di proprietà del soggetto B senza pagare nulla, se gravata da mutuo sarà pagato dal soggetto B, se in affitto sarà il soggetto B a provvedere a parte o tutto, comprese utenze. Il soggetto A può spostarsi ovunque, su territorio nazionale o internazionale, senza consultare B, e B dovrà adattarsi a rivoluzionare la propria vita senza lagnarsi. Se B fa lo stesso con il figlio, verrà convocato l’Esercito. A riceve un assegno di mantenimento per sé, uno per il figlio, che può amministrare a proprio piacimento. Se A si allontana col figlio l’assegno verrà aumentato; se B si allontana, idem. Nella determinazione dell’assegno da B ad A, se B non ci arriva non ce ne frega un tubo: se non è abbastanza lavori di notte, se non rimane niente per lui si faccia aiutare dalla pensione dei suoi. Se B non ha tempo per vedere il figlio poiché oberato di spese, detto assegno aumenterà poiché meno vede il figlio e più paga. A ha diritto ad avere lo stesso tenore di vita, che B adesso dorma sotto ad un ponte non conta. Le spese del presente provvedimento sono a carico di B”. E se a questo seguisse che A è supportato dalla propria cerchia familiare, amicizie, percepisse gli assegni familiari anche se fruttano dall’impiego di B, A è compreso nel suo dramma e riceve sussidi ed agevolazioni, mentre B scoppia e perde il lavoro, le amicizie, il rapporto coi figli e spesso si suicida? Ecco, Signorina: anzitutto, visto che la riguarda, chi meriterebbe il welfare, A o B?  E chi ha un problema di pari opportunità, A o B? Chi è la vittima da sostenere, il soggetto discriminato, A o B?

Ma soprattutto, a lei piacerebbe essere A o B?  Sinceramente, eh? Ecco, faccia una bella cosa. Li ospiti questi convegni, dove vengono a galla queste cose. Altrimenti vengono a galla lo stesso ma qualcuno potrebbe ritenervi parte del problema. E gestisca la cosa pubblica con Pari Opportunità.

* articolo pubblicato il 29/9/2018 su

Io scelgo, tu subisci

29496540_1653369454730485_8359822261769903004_nQuando una donna non vuole crescere un figlio, si chiama “scelta”: aborto, adozione, abbandono. Quando un uomo non vuole crescere un figlio, si chiama “crimine”: fannullone, assegno di mantenimento, paghi o vai in galera.

Il tema dell’aborto è esemplare: al di là della retorica della “libera scelta”, non c’è libertà per l’uomo.

La donna può scegliere se tenerlo, se abortire, se darlo in adozione lasciandolo in ospedale senza riconoscerlo. L’uomo non ha nessuna voce in capitolo su tutto questo: se lui lo vuole tenere e lei no, il bambino verrà abortito, se lui non lo vuole e lei si, sarà padre per forza e dovrà mantenerlo. La legge, anche tramite il test del DNA, lo obbliga ad essergli padre ed a mantenerlo. Attenzione: non lo obbliga a riconoscerlo, lo obbliga a d essergli padre ed a pagare. Significa che può scegliere di non riconoscerlo ma non può scegliere di non essere padre, né tantomeno può scegliere di non mantenerlo. Due pesi e due misure.

Di più, l’uomo è moralmente condannato se non lo vuole crescere, è considerato irresponsabile, immaturo, egoista.

La donna è considerata giudice supremo della propria scelta, anche successiva al concepimento, ed è compresa se non se la sente.

Mentre ad un uomo si dice “dovevi tenere i pantaloni abbottonati, se non volevi fare figli: adesso ti prendi le tue responsabilità” , alla donna non si dice lo stesso. Non è la risposta, né pubblica né legale, che le viene riservata ed imposta. All’uomo si.

Mentre si partirebbe in maniera paritaria (responsabilità identiche sulle precauzioni o la loro mancanza) appena avvenuto il concepimento partono le discriminazioni di genere: la donna è compresa nella sua scelta anche successiva di non tenere il bambino, l’uomo è obbligato.

Si dirà “vabbé, ma è la donna che è fisicamente coinvolta”. Giusto. Ma anche l’uomo è fisicamente coinvolto, nel lavoro doppio o triplo che dovrà fare per tutta la vita per mantenere quel figlio, nel diventare padre senza volerlo ed accettare una vita familiare, nella conseguenza di dover provvedere al sostentamento economico anche della donna. Non sono mica noccioline… D’altra parte, in un quadro ad esempio monoreddito, il peso che la donna deve assumere nel diventare madre non è molto diverso da quello del padre, anzi… eppure la sua scelta di non essere madre è tutelata in ogni modo. Ma anche nel caso delle famiglia bireddito, la cosa non cambia di molto. La presenza di un figlio influisce comunque sulla vita di tutti.

Non si capisce perché nel caso della donna la libera scelta personale debba essere messa al primo posto sopra a tutto mentre quella dell’uomo no. Qui la questione dei nove mesi di gravidanza non c’entra nulla. C’entra il valore delle scelte personali. Hai fatto un errore? Se sei donna puoi rimediare, se sei uomo paghi. Se fosse solo una questione fisica, essa si risolve in nove mesi. E poi?

Quindi, una situazione che nasce paritaria diviene immediatamente discriminante.

Ora, consideriamo che ci sono tre soggetti coinvolti: uomo, donna e bambino. Rispettare la libera scelta dei tre è impossibile, se non convergenti: diritto alla vita del piccolo, diritto al si o al no della madre, diritto al si o al no del padre. Impossibile.

Si pone quindi perfettamente in essere la piramide di priorità che descrivo qui: http://www.linterferenza.info/in-evidenza/caro-salvini-bongiorno-si-vede-dalla-piramide/ , ossia una concezione del diritto piramidale, dove un soggetto sta sopra e gli altri giù a scendere. In cima la donna, poi a scendere i bambini e poi alla fine l’uomo.

Se nel caso della donna l’imposizione per legge sarebbe impensabile (niente aborto ed obbligo al mantenimento) questa è invece ammessa per l’uomo: Non ha diritto all’aborto (se la donna non vuole abortire, il bambino si tiene) ed è obbligato ad essere padre.

Quindi, la scelta della donna è prioritaria, poi viene il diritto del bambino (se nasco ho diritto ad essere cresciuto, ovvio) ed in ultimo viene l’uomo, che non ha scelta. Diciamo quindi che la nostra società (definita maschilista) ha risolto solo due dei tre passaggi: Il diritto alla scelta della donna, POI il diritto all’assistenza materiale dei bambini, ma non si occupa minimamente del terzo soggetto, che subisce le scelte della donna.

Si dirà:  se non vuoi figli prendi le precauzioni. Ma lo stesso vale per la donna: quale che sia il motivo per il quale non le prendano, il diritto è diverso. Potremmo discutere a lungo su questo perché non vengano prese, tra cui la fiducia dell’uomo nelle precauzioni della donna (ad esempio dire di prendere un anticoncezionale che non sta prendendo), ma sta di fatto che la legge accolla le conseguenze solo ad uno. Non è da trascurare che la percentuale di figli di altri fatti riconoscere al proprio compagno sono altissime; moltissimi figli non sono del padre che crede lo siano.

Eppure, di sistemi corretti per risolvere il punto ce ne sarebbero: rifiuto della paternità identico al rifiuto della maternità, assunzione di piena responsabilità per chi vuole tenerlo ed esenzione per chi non vuole, se la donna non lo vuole e l’uomo si lo potrebbe lasciare a lui invece che in ospedale ed altre possibilità. Semplicemente, non si vogliono adottare. Perché?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: